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MANTELLO APPARTENUTO AL BOIA DELLO STATO PONTIFICIO GIAMBATTISTA BUGATTI, DETTO MASTRO TITTA, CHE OPERÒ AL SERVIZIO DEL PAPA DAL 1796 AL 1864, ESEGUENDO 516 ESECUZIONI CAPITALI
Nello Stato Pontificio protagonista incontrastato delle esecuzioni di condanna a morte fu Giambattista Bugatti, noto come Mastro Titta. Nato a Roma nel 1779, nella sua lunga carriera di “maestro di giustizia” Mastro Titta praticò ben 516 esecuzioni, tutte diligentemente descritte nelle sue “Annotazioni”, dal 22 marzo 1796 al 17 agosto 1864, quando, all’età di 85 anni, fu collocato a riposo da Pio IX con una pensione mensile di 30 scudi. Prima di ogni esecuzione Mastro Titta si confessava e si comunicava, poi indossava il mantello rosso e si recava a compiere l’opera. Quando mazzolava, impiccava, squartava o decapitava, il boia operava con uguale abilità e spesso svolgeva la sua attività anche nelle province. Così annotava gli esordi della carriera di boia: «Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati». Nella Roma ottocentesca celebri viaggiatori rimasero colpiti dalla crudezza delle scene di esecuzione capitale cui assistettero, come Lord Byron, che conobbe Mastro Titta quando il boia s’avvicinava verso la duecentesima “giustizia”. Il poeta inglese, dopo aver assistito a tre esecuzioni capitali tramite ghigliottina, nel 1813 così scriveva al suo amico ed editore John Murray: «La cerimonia, - compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell’ascia, lo schizzo del sangue e l’apparenza spettrale delle teste esposte - è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi». Charles Dickens restò molto impressionato da un’esecuzione cui aveva assistito in via de’ Cerchi, intorno al 1865, e commentava con queste parole la scena: «Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all’infuori del momentaneo interesse per l’unico disgraziato attore». Quando il cadavere fu portato via, la lama detersa, e il boia s’allontanava ripassando il ponte, lo scrittore amaramente così concludeva le sue riflessioni: and the show was over. Infine Massimo D’Azeglio, in alcune pagine de “I miei ricordi”, sintetizzò la barbarie della giustizia praticata nella Roma di quegli anni descrivendo un’immagine vista a Porta San Giovanni: «In una gabbia di ferro stava il cranio imbiancato dal sole e dalle pioggie di un celebre malandrino». Simili scene, però, si ripetevano quotidianamente in tutte le nazioni civili e, nonostante i principi di umanizzazione della pena professati dagli Illuministi e affermati nel celebre libro “Dei delitti e delle pene” da Cesare Beccaria, la “liturgia del dolore” rappresentata in occasione delle esecuzioni capitali pubbliche continuò a trovare sostenitori per tutto il secolo XIX. 
Provenienza: Roma, Museo Storico di Castel Sant’Angelo - 1934.