CARCERE

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CARCERE

 

Prospetto longidudinale del carcere di Roma "Regina Coeli".

 

CARCERE

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CARCERE
Spalline uniforme guardie carcerarie 1873.
 

BAGNI PENALI

CATENE 1

BAGNI PENALI
L’uso della catena nel sistema dei Bagni penali Il “Regolamento di disciplina e di interno ordinamento dei Bagni” del 1860 classificava i condannati dei Bagni in quattro Divisioni, distinte dal colore di una striscia di lana apposta sul berretto. I condannati erano incatenati a due per volta, come già prescritto dai bandi del 1826. La lunghezza e il peso delle catene era così stabilito: 1a cat.: catena di maglie 6 e 1,300 Kg 2a cat.: catena di maglie 9 e 1,700 Kg 3a cat.: catena di maglie 9 e 1,900 Kg Per accoppiare i forzati nuovi giunti e gli incorreggibili erano utilizzate le catene di 18 maglie del peso di 6,000 Kg. Il nuovo regolamento disciplinare dei Bagni, emanato con il R.D n. 1328 del 7 marzo 1878, pur non prevedendo le famigerate punizioni corporali contenute nei vecchi bandi del 1826, conteneva un rigido sistema disciplinare basato sull’uso dei ferri e sulla punizione dell’isolamento. Il peso della catena veniva minuziosamente disciplinato nella circolare n. 173 del 26 aprile 1876 emanata dal Ministero dell’Interno: “Nel peso della catena, che ciascun condannato deve portare assicurata al malleolo della gamba sinistra giusto l’art. 22 del Regolamento approvato con Regio Decreto 7 marzo 1878 n. 4328, è compreso ancora il peso dell’anello, perché questo è parte integrante della stessa catena. D’altronde, nel dubbio, le disposizioni che concernono le pene afflittive, debbono sempre interpretarsi nel senso il più favorevole”. L’uso della catena, mantenuto agli antichi condannati ai lavori forzati fu successivamente limitato e disciplinato dall’art. 885 del Regolamento generale per gli stabilimenti carcerari del 1891 e definitivamente soppresso con R. D. 2 agosto 1902, n. 377.
 

BAGNI PENALI

CATENE 2

BAGNI PENALI
L’uso della catena nel sistema dei Bagni penali Il “Regolamento di disciplina e di interno ordinamento dei Bagni” del 1860 classificava i condannati dei Bagni in quattro Divisioni, distinte dal colore di una striscia di lana apposta sul berretto. I condannati erano incatenati a due per volta, come già prescritto dai bandi del 1826. La lunghezza e il peso delle catene era così stabilito: 1a cat.: catena di maglie 6 e 1,300 Kg 2a cat.: catena di maglie 9 e 1,700 Kg 3a cat.: catena di maglie 9 e 1,900 Kg Per accoppiare i forzati nuovi giunti e gli incorreggibili erano utilizzate le catene di 18 maglie del peso di 6,000 Kg. Il nuovo regolamento disciplinare dei Bagni, emanato con il R.D n. 1328 del 7 marzo 1878, pur non prevedendo le famigerate punizioni corporali contenute nei vecchi bandi del 1826, conteneva un rigido sistema disciplinare basato sull’uso dei ferri e sulla punizione dell’isolamento. Il peso della catena veniva minuziosamente disciplinato nella circolare n. 173 del 26 aprile 1876 emanata dal Ministero dell’Interno: “Nel peso della catena, che ciascun condannato deve portare assicurata al malleolo della gamba sinistra giusto l’art. 22 del Regolamento approvato con Regio Decreto 7 marzo 1878 n. 4328, è compreso ancora il peso dell’anello, perché questo è parte integrante della stessa catena. D’altronde, nel dubbio, le disposizioni che concernono le pene afflittive, debbono sempre interpretarsi nel senso il più favorevole”. L’uso della catena, mantenuto agli antichi condannati ai lavori forzati fu successivamente limitato e disciplinato dall’art. 885 del Regolamento generale per gli stabilimenti carcerari del 1891 e definitivamente soppresso con R. D. 2 agosto 1902, n. 377.

GABBIA DI MILAZZO

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GABBIA DI MILAZZO
La gabbia di ferro contenente uno scheletro umano fu rinvenuta casualmente il 17 febbraio 1928 da una squadra di detenuti che eseguiva lavori di scavo nel terreno compreso nella cinta esterna del carcere di Milazzo, in Sicilia. La gabbia era a circa venticinque centimetri di profondità. Tra le ossa dello scheletro, ricoperti dalla terra, emersero cinque bottoni, di cui tre, a superficie piatta, portano, in basso, la scritta Enniskilling 27, al centro la sagoma di tre torri, di cui quella centrale è sormontata da una bandiera. Sul retro di uno di uno dei tre bottoni si legge la scritta Covent Garden. Gli altri due bottoni, a forma convessa, riportano rispettivamente un’ancora e il rilievo di tre cannoncini. Le scritte e le caratteristiche dei bottoni furono oggetto di studio di alcuni studiosi inglesi, i quali stabilirono che i bottoni appartenevano alla divisa dei soldati del 27° reggimento Enniskilling. Agli ordini di S.M. Britannica il reggimento aveva partecipato agli scontri con le truppe napoleoniche in Italia meridionale, in particolare in Calabria e in Sicilia. Nel luglio 1806 il reggimento, che occupava il castello di Milazzo, era stato sconfitto presso Maida, in Calabria. Per quanto riguarda l’identità dell’uomo rinchiuso nella gabbia, dalla consultazione dei registri matricola del reggimento emerse che il soldato Andrew Leonard, di 25 anni, era stato dichiarato disertore. L’ipotesi, abbastanza attendibile, che il soldato Leonard fosse stato condannato alla pena di morte per diserzione, ed esposto in gabbia sulle mura del castello, fu accreditata dalle indagini medico legali svolte dal prof. Giuseppe De Crecchio. I risultati dell’esame dello scheletro ne accertarono l’età (circa 30 anni) e la statura (circa 165 centimetri), dati che corrispondevano alle caratteristiche riportate nei registri del reggimento. Poiché allo scheletro mancavano le parti inferiori delle gambe, la mano sinistra, l’avambraccio e la mano destra, fu ipotizzato che l’uomo era stato sottoposto a mutilazione ed esposto nella gabbia a scopo intimidatori.