Carcere

Alcuni documenti sono stati tratti dal sito "ristretti.it".

- Il Ponte, marzo 1949 (pdf)
- Focault: sorvegliare e punire (pdf)
- Intervista a Focault: cosa significa punire (pdf)
- Gallo-Ruggiero: il carcere immateriale (pdf)
- Istituti e prigioni in Roma (pdf)
- Il manicomio criminale (pdf)
- Rassegna penitenziaria 2.3.2005 (pdf)
- Storia della riforma penitenziaria (pdf)

CARCERE

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CARCERE
Spalline uniforme guardie carcerarie 1873.

GAETANO BRESCI

oggetti gaetano bresci

GAETANO BRESCI: attentatore di Umberto I
La sera del 29 luglio 1900, a Monza, il re d'Italia Umberto I si allontanava, a bordo di una carrozza scoperta, dalla palestra della società ginnica "Forti e liberi", dove aveva premiato alcuni atleti. Ad un tratto, gli si avvicinò un giovane il quale, armato di una rivoltella, colpì a morte il sovrano. 
Il giovane attentatore fu subito arrestato e identificato. Il suo nome era Gaetano Bresci, 31 anni, anarchico toscano, di professione tessitore. 
Bresci viveva negli Stati Uniti, nel New Jersey, ed era tornato in Italia il 17 maggio con l'obiettivo preciso di uccidere il re. La motivazione del gesto la fornì lo stesso Bresci: egli voleva vendicare gli operai uccisi due anni prima a Milano, durante una manifestazione contro il caro vita. L'ordine di far partire le cannonate era partito dal generale Bava Beccaris, ma la responsabilità politica dell'aggressione agli operai era, secondo molti, del re in persona. 
Gaetano Bresci fu rinviato a giudizio dalla Corte d'Assise di Milano e il processo si svolse con una rapidità insolita per quei tempi. Giudicato colpevole del delitto di regicidio, Bresci, con sentenza del 29 agosto 1900, fu condannato alla pena dell'ergastolo, di cui i primi sette anni in segregazione cellulare continua, all'interdizione perpetua dei pubblici uffici, all'interdetto legale, alla perdita della capacità di testare ritenendo nullo il testamento che per avventura fosse da lui stato fatto prima della condanna. 
Fin dal momento dell'arresto Bresci dichiarò di professare principi anarchici rivoluzionari e di aver fatto parte, a Patterson, negli Stati Uniti, dove ufficialmente era impiegato in una industria tessile, di un circolo anarchico che pubblicava il periodico La questione sociale. Egli, tuttavia, sostenne che il progetto di uccidere Umberto I era stato una sua iniziativa, pertanto nessun altro anarchico fu chiamato in causa. Trasferito nel penitenziario di Santo Stefano a Ventotene, la mattina del 22 maggio 1901, dopo dieci mesi di reclusione, Gaetano Bresci fu rinvenuto morto. Attorno al collo aveva un nodo scorsoio, fatto con un asciugamano. La morte di Bresci fu attribuita a suicidio.
 
 

SPADE E GUANTONE UTILIZZATI NEL DUELLO CAVALLOTTI

CAVALLOTTI

SPADE E GUANTONE UTILIZZATI NEL DUELLO CAVALLOTTI – MACOLA. LA SECONDA SCIABOLA DA DESTRA, CON LA PUNTA RITORTA, PROVOCÒ LA MORTE DI CAVALLOTTI 
Provenienza: Procura di Roma, 1934
Felice Cavallotti nacque a Milano il 6 ottobre 1842, da padre veneziano, impiegato alle finanze. L’infanzia di Cavallotti trascorse in un ambiente grigio e afflitto da difficoltà economiche. Di carattere vivacissimo e dotato d’ingegno, Cavallotti frequentò il liceo di Porta Nuova cimentandosi con le prime composizioni poetiche. Risalgono agli anni del liceo anche la passione politica e l’amore per il giornalismo. Abbandonando le posizioni filocavouriane abbracciate nel primo periodo di impegno politico, nel 1860, non ancora diciottenne, lasciò gli studi, fuggì di casa e si arruolò nei garibaldini, imbarcandosi con la spedizione Medici con la quale combatté a Milazzo. Conclusasi l’esperienza garibaldina tornò a Milano, riprese gli studi al liceo e s’iscrisse all’università di Pavia. Riemerse quindi la passione per il giornalismo e collaborò sia come redattore sia come direttore di diverse riviste. L’attività giornalistica, svolta con impeto e con accesa vena polemica e ironica, gli valsero numerosi processi, arresti, sequestri, condanne, ma gli fruttarono anche una notevole notorietà. Noto per la sua fede repubblicana, nel 1873 gli fu offerto dal partito radicale la candidatura in Parlamento. Eletto deputato, Cavallotti iniziò l’attività parlamentare che durerà ben venticinque anni. Dagli scranni del Parlamento, Cavallotti dimostrò di essere uno dei migliori oratori della Camera e si mise in luce per l’impegno politico a favore della riforma elettorale. Dal 1885 Cavallotti raggiunse una vastissima popolarità politica, amplificata anche dai numerosi duelli che affrontava a causa degli attacchi che rivolgeva ai suoi avversari. La fama di Cavallotti cominciò a scemare sotto il secondo governo di Rudinì, ma, dopo alcuni contatti con Zanardelli e Giolitti, alla fine del 1897, stabiliti con la speranza di un accordo che consentisse ai radicali di entrare nella maggioranza e nel governo, sembrava determinato a riprendere l’intensa attività politica. A porre fine alla carriera e alla vita di Felice Cavallotti intervenne un nuovo duello, il trentatreesimo della sua vita. A provocarlo fu il direttore del Gazzettino di Venezia, Ferruccio Macola, in precedenza grande ammiratore di Cavallotti. Eletto deputato, Macola si scontrò ripetutamente con l’antico amico, accusandolo, dalle pagine del Gazzettino, di assumere atteggiamenti politici ambigui. Entrambi determinati a rifiutare ogni ipotesi di rappacificazione, i due accettarono di sfidarsi a duello. I padrini di Macola pretesero che il duello dovesse combattersi con le spade e con l’uso del guantone. Cavallotti partiva svantaggiato rispetto all’avversario, che era di vent’anni più giovane, più alto di statura e molto più esperto nel maneggiare la spada. Nonostante l’opposizione dei padrini di Cavallotti, prevalse la proposta dello sfidato, Macola. Il duello si svolse fuori porta, nella villa della contessa Cellere, nel primo pomeriggio del 6 marzo 1898. Lo scontro durò pochi minuti, Macola si difendeva bene, a braccio teso, protetto dal guantone di cuoio, dagli affondi dello sfidante. Al terzo assalto, Cavallotti fu ferito alla bocca dalla punta della spada dell’avversario. L’arma penetrò nello spazio degli incisivi, persi da Cavallotti in un precedente duello, recidendogli la carotide. Egli ebbe solo il tempo di dire: "Cosa ghè?". Un fiotto di sangue sgorgò dalle labbra e, dopo pochi minuti, morì.