CAMORRA: processo Cuocolo

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CAMORRA: processo Cuocolo
All’alba del 6 giugno del 1906, in una cupa località deserta, Contrada Calastro a Torre del Greco, vicino Napoli, alcuni spazzini scoprono il cadavere di un uomo che ha il capo massacrato da colpi di bastone, sul corpo almeno quaranta coltellate e stilettate. A Napoli, qualche ora più tardi, la domestica di casa Cuocolo, Felicetta Carusio, entra nell’appartamento dei signori in Via Nardones numero 85, quinto piano, chiama la padrona per annunciarsi, ma non ode alcun segno di vita; s'affaccia nella camera da letto e ai suoi occhi si presenta uno spettacolo spettrale: la signora Maria Cutinelli, detta ‘a surrentina, moglie di Gennarino Cuocolo, basista della camorra, è nuda, distesa sul letto ed ha il corpo crivellato da undici ferite vibrate con un coltello da cucina a lama triangolare. Le lenzuola sono inzuppate di sangue, c’è sangue sul pavimento, la povera Felicetta per poco non sviene dalla paura e appena si rianima manda a chiamare il delegato Simonetti del commissariato San Ferdinando. Il funzionario conosce la vittima, ma soprattutto sa chi è il marito e si rende immediatamente conto di trovarsi di fronte a un caso che gli procurerà molte grane. 
Maria Cutinelli è cresciuta nella strada, già “figlia della colpa”, a 14 anni aveva cominciato ad esercitare il mestiere di prostituta nel bordello di vicolo delle Campane ed è qui che la conosce Gennarino Cuocolo, che si invaghisce di quella bella signora che con gli uomini ci sa proprio fare. Gennarino è figlio di una ricchissima famiglia di commercianti, gente ricca ma onesta. A Gennarino, però, la vita tranquilla che gli offre il padre non basta e, giovanissimo, già frequenta cattivi soggetti, ostenta un’aria annoiata, veste in maniera ricercata, frequenta bordelli, dove conosce Maria, giovane intelligente, buona conoscitrice dell’animo maschile e soprattutto amica della camorra che le riconosce attitudine agli affari, se ne innamora e dopo un po' la sposa, incurante del fatto che la donna abbia un passato non proprio rispettabile. Il mondo che frequenta Gennaro Cuocolo, in fondo, non è certo migliore di quello di Maria, i suoi amici sono i guappi, i prepotenti, quelli che si procurano i soldi senza sudare e infatti ben presto la camorra lo arruola nelle sue fila in qualità di sciammerio, in altre parole guappo signorile: le sue origini borghesi, la sua eleganza lo rendono un ottimo basista professionale. Gennarino e la moglie formano una coppia ben affiatata, il loro più che un rapporto d’amore è un sodalizio d’affari, di loschi affari. Ed è proprio in coppia che essi “lavorano: ben vestiti, con aria distinta visitano case e negozi e mettono a punto i colpi che la camorra metterà a frutto. I due adocchiano i cartelli siloca affissi sui portoni dei palazzi, entrano con la scusa d'essere interessati all’appartamento messo in affitto. Ovviamente si tratta sempre d'abitazioni signorili, dove i due presumono di poter saccheggiare un interessante bottino.
I due si dividono i compiti, mentre Maria s'intrattiene amabilmente con la padrona di casa, Gennarino è intento a rilevare mentalmente la pianta dell’appartamento, rileva l’impronta della serratura. Salutati quindi i padroni di casa, Gennarino riferisce tutti i particolari ai suoi complici che provvedono ad effettuare il colpo. Portato a segno il colpo, il basista si ripresenta dai compagni per dividere il bottino.
La scoperta del cadavere della Cutinelli induce gli investigatori a indirizzare le indagini per rintracciare innanzitutto il marito della donna uccisa, sospettato, in un primo momento, dell’omicidio della donna, ma c’era da chiarire anche il perchè delle tracce di una cena consumata da due persone la sera prima. Ma la notizia, giunta nella stessa mattina, che era stato ritrovato il corpo in Contrada Calastro identificato come il cadavere di Gennarino Cuocolo, complica ancora di più il caso.
La scoperta dei due corpi apre uno dei casi giudiziari più intricati di questo secolo. Le indagini partono subito, le autorità che investigano conoscono l’attività svolta dai coniugi Cuocolo e sanno che Gennarino è oggetto d'invidia per la sua ricchezza, ma anche d'odio da parte dei suoi compari perchè sospettato d'essere un infame, ossia un confidente della polizia.
Le indagini ricostruiscono i fatti a partire dalla sera del 5: Cuocolo aveva pranzato con una comitiva di camorristi da Mimì a Mare, una trattoria vicino al luogo del delitto, la compagnia era composta da Enrico Alfano, detto Erricone, considerato vero capintesta della camorra, (anche se il titolo ufficiale spettava a Luigi Fucci, venditore di gassose), suo fratello Ciro, Giovanni Rapi, maestro elementare e usurario, frequentatore di bische ma anche di circoli politici napoletani, da Gennaro Ibello e Gennaro Jacovitti, questi ultimi manovalanza della camorra. Il gruppo è arrestato, ma dopo un mese e mezzo le indagini condotte dalla questura sono a un punto morto, i sospettati vengono rilasciati e il caso passa al comando dei carabinieri. L’inchiesta è affidata al capitano Carlo Fabbroni che non risparmia accuse di corruzione e d'inefficienza alla polizia napoletana. L’ufficiale parte in quarta, rilascia interviste ai giornali di vario schieramento politico e lascia intendere d'avere ricevuto il mandato a scoprire la verità sul duplice delitto direttamente dal re o dal duca d’Aosta.
Un giovane camorrista detenuto nelle carceri napoletane, tale Gennaro Abbatemaggio, detto ‘o cucchiariello, condannato a molti mesi di reclusione per furto e già confidente del maresciallo Enrico Capezzuti della stazione dei carabinieri di Capodichino, viene da questo rintracciato, convinto che il Cucchiariello possa essere a conoscenza di come s'erano svolti i fatti. Dietro la promessa di un'anticipata scarcerazione, Capezzuti ottiene l’impegno di Abbatemmaggio a rivelare tutto quello che sa sui responsabili del duplice omicidio. Abbatamaggio, che smania di tornare in libertà per sposare una ragazza, accetta e inizia la sua, si direbbe oggi, collaborazione con il capitano Fabbroni. Inizia così la confessione del pentito Abbatemaggio che ricostruisce la sua verità dei fatti: tempo addietro Enrico Alfano aveva presieduto una riunione durante la quale era stata decisa la condanna a morte di Cuocolo, accusato d'essere una spia delle forze dell’ordine. I responsabili del duplice omicidio, quindi, erano i capi della camorra, già arrestati e rilasciati. La questura, intanto, conduce un’inchiesta parallela accogliendo la confessione di un camorrista di basso profilo che racconta che erano stati due ladri ad uccidere i Cuocolo per un contrasto sorto per la spartizione di un bottino, versione che poi verrà subito smentita. Fabbroni, cui il maresciallo Capezzuti prontamente riferisce il contenuto delle confessioni di Abbatemaggio, è sempre più convinto che dietro all’affaire Cuocolo ci siano ben altre collusioni, in primo luogo della questura con la camorra. In un vortice di accuse e smentite il questore Bellanti, che non crede alle rivelazioni del confidente, ed è convinto che la camorra sia un’invenzione, s'uccide. Fabbroni va alla ricerca di ladri, assassini e prostitute che possano confermare le accuse di Abbatemaggio. Ormai è evidente che le indagini non sono rivolte solo a far luce su un comune duplice omicidio, la questione è ben più complessa e Fabbroni è sempre più convinto che gli assassini dei Cuocolo siano i suoi stessi compari, primo fra tutti Enrico Alfano, ma anche uomini insospettabili come Giovanni Rapi o il prete Ciro Vittozzi, di cui si racconta che porti la pistola sotto la tonaca e che, sospetta il capitano, abbia ideato la falsa accusa che ha condotto in carcere i due anonimi ladri, poi rilasciati, per allontanare l’accusa d'omicidio da Erricone e gli altri. 
Fabbroni non è solo ad essere impegnato nella ricerca della verità, l'affiancano il giudice istruttore Enrico Romano oltre al maresciallo Capezzuti. Le rivelazioni portano a numerosi arresti, ma mancano i personaggi principali che verrano catturati di lì a poco: Enrico Alfano, estradato dagli Stati Uniti dove aveva cercato rifugio, è arrestato a Napoli, grande scalpore fece l’arresto di don Ciro Vittozzi, all’epoca vice-rettore del cimitero di Napoli.
Alle ore 14 del 22 ottobre 1907 la Camera di Consiglio si riunisce a Castelcapuano per firmare l’ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati, dopo un’ora il documento è firmato. Composta da 350 pagine l’ordinanza ricostruisce minuziosamente ogni momento delle indagini e descrive dettagliatamente i capi d’accusa. A indagini concluse lo stesso Abbatemaggio, il grande accusatore, viene tratto in arresto per complicità con alcuni degli imputati. 
Il 27 marzo 1909 il sostituto procuratore Generale, comm. Michele Ciancaglini, rinvia a giudizio presso la Corte d’Assise del Circolo di Napoli ben 47 imputati, tra cui spiccano i nomi degli Alfano, di Giovanni Rapi, di don Ciro Vittozzi e infine di Gennaro Abbatemaggio per altri reati. Il processo, però, non si celebra a Napoli, troppi ostacoli e tentativi di corruzione ne hanno determinato il trasferimento, per legittima suspicione, alla Corte d’Assise di Viterbo. Apertosi nella primavera del 1911 il dibattimento dura ben 12 mesi. L’8 luglio 1912, dopo ben sedici mesi, il processo Cuocolo, seguito con grande attenzione dai giornali e dall’opinione pubblica, si conclude con la condanna di 354 anni di reclusione complessivi. Enrico Alfano, Rapi, Mariano Di Gennaro vengono condannati a trent’anni di reclusione, Abbatemaggio a cinque.
Dopo quindici anni il caso ormai sembrava definitivamente chiuso, alcuni camorristi erano morti da tempo, altri marcivano nelle patrie galere, ma ecco il colpo di scena: Gennaro Abbatemaggio ricompare ritratta tutte le accuse. Il regime dell’epoca, però, siamo nel 1926, non ha alcun interesse a riaprire il travagliato e ambiguo dossier Cuocolo e le nuove rivelazioni di Abbatemaggio sono pressoché ignorate.
Scrive Luigi Compagnone in Mater Camorra (1987): “Oggi il Cucchiariello circola ancora per le strade di Napoli. Non vi è fatto di cronaca nera, non vi è clamoroso processo, in cui il suo nome non appaia: egli offre sempre ad avvocati e magistrati la sua versione dei fatti: la versione vera dei fatti, come a Viterbo”. 
L’autopsia eseguita sui corpi di Maria Cutinelli e di Gennaro Cuocolo aggiunse diversi elementi che furono utilizzati dagli inquirenti per la ricostruzione dei fatti. Le ferite triangolari trovate sul corpo della donna erano simili a quelle ritrovate sul corpo del marito, quindi si ipotizzò che l’arma del delitto fosse la stessa per entrambi gli omicidi. Mentre si svolgeva l’autopsia di Gennaro Cuocolo, sulla soglia era in attesa il fratello Giorgio, l’unico membro della famiglia che aveva perdonato alla vittima i suoi tristi trascorsi. Ecco come si svolse l’addio al mondo della coppia Cuocolo, descritta su una pubblicazione del 1911 che riportava i contenuti dell’ordinanza di rinvio a giudizio: “Egli chiese al giudice istruttore il permesso di dar degna sepoltura agli avanzi ancora lordi di sangue dell’ucciso. Il permesso gli venne accordato, ed allora si andò in cerca di una fossa pei lugubri viali del piccolo cimitero di Torre del Greco per ascondere sotto la sua gleba gli avanzi mortali del misero fratello. Finalmente a destra del viale principale fu trovato il posto, ove la bara venne interrata. Sulla fossa fu piantata una croce portante il numero 1045, ed una corona di fiori fu deposta sopra di essa: amaro contrasto, ma nobile sentimento fraterno!...”. Maria Cutinelli, invece, “Senza una lacrima, senza una prece, fu rinchiusa in una rozza cassa ed interrata al Camposanto del Trivio”.
 
 

Falsi

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FALSI
 

Gli oggetti esposti in questa sala rappresentano un significativo esempio della falsificazione di opere d’arte: dipinti e litografie a firma Guttuso, Monachesi, De Chirico, Mafai, Dalì, Cascella, Fantuzzi, e altri; sculture; monete; reperti archeologici. Altri oggetti esposti sono riferiti a reati di truffa e falsificazione di documenti sequestrati a falsari operanti in diverse città: Napoli, Milano, Roma, ecc.), con le relative attrezzature utilizzate per la produzione di essi.

CARCERE: "malizie carcerarie"

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CARCERE: "malizie carcerarie"
 

La definizione di malizie carcerarie, utilizzata da Cesare Lombroso per indicare la furbizia del detenuto nel costruire armi rudimentali, per inventare nascondigli ove custodire lame, pezzi di vetro, rasoi, scatole col doppio fondo, stratagemmi per passare messaggi ad altri detenuti o all’esterno, è stata qui ripresa per un riferimento simbolico alle categorie lombrosiane dell’uomo delinquente.
Tra gli oggetti più curiosi la gabbia del canarino ove un detenuto aveva occultato una lama nella cassetta del miglio, il crocifisso che si apre in due e si trasforma in una pericolosa arma da punta, le tabacchiere con il doppio fondo che nascondono delle piccole lime, la lametta e il frammento di vetro inseriti in un pezzo di sapone, il frammento di legno su cui è stata posta una punta metallica che serviva a incidere tatuaggi, metodo sostituito in anni recenti da un marchingegno costruito con una penna biro e una batteria.
Per quanto riguarda le armi costruite artigianalmente, un’intera collezione dimostra che con una semplice lama, ricavata lavorando un pezzo di ferro o il manico di una posata, su cui viene posto un rozzo manico di legno, si ottiene un’arma da punta o da taglio.
Originali, poi, risultano i mezzi utilizzati per inviare corrispondenza clandestina: messaggi scritti su indumenti intimi, scatole di latta con il doppio fondo, gusci di noci o sigarette svuotate dal tabacco per occultare microscopici biglietti.
Gli oggetti esposti risalgono in un arco di tempo che va dagli anni Trenta agli anni Ottanta del Novecento.
Provenienza: diversi istituti penitenziari.

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Gli oggetti esposti in questa sala rappresentano un significativo esempio della falsificazione di opere d’arte: dipinti e litografie a firma Guttuso, Monachesi, De Chirico, Mafai, Dalì, Cascella, Fantuzzi, e altri; sculture; monete; reperti archeologici. Altri oggetti esposti sono riferiti a reati di truffa e falsificazione di documenti sequestrati a falsari operanti in diverse città: Napoli, Milano, Roma, ecc.), con le relative attrezzature utilizzate per la produzione di essi.