Omicidi: caso Antonietta Longo

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Omicidi: caso Antonietta Longo
VITTIMA: Antonietta Longo
OMICIDA: sconosciuto
DATA DELL’OMICIDIO: luglio 1955
CORPI DI REATO: oggetti personali della vittima (indumenti, smalto, orologio, guanti)

La mattina del 10 luglio 1955 sulla riva del lago di Castelgandolfo fu rinvenuto il cadavere senza testa di una donna. Il medico legale stabilì che la donna, prima di essere decapitata, era stata accoltellata ripetutamente al ventre, all’addome e alla schiena, poi, la stessa mano, con fare esperto, aveva reciso la testa che non fu mai ritrovata.
Il corpo apparteneva a una donna tra i venticinque e i trent’anni, alta circa un metro e sessanta, ben conformato, abbronzato, le unghie delle mani e dei piedi laccate con lo smalto rosso. Al polso destro il cadavere aveva un orologio d’oro bianco, marca ZEUS, che segnava le 3,33, l’ora in cui, presumibilmente, la donna era morta, ma era impossibile stabilire se del mattino o del pomeriggio. Accanto al cadavere i carabinieri rinvennero un portachiavi, un orecchino con pendaglio triangolare, il frammento di una foto che raffigurava una donna e un uomo ripresi a braccetto.
La descrizione fatta del corpo trovato in riva al lago corrispondeva a quello di una domestica la cui scomparsa era stata denunciata dalla famiglia Gasparri, i datori di lavoro della donna, alla fine di giugno. 
Il confronto tra le impronte digitali ritrovate nell’abitazione dei Gasparri e quelle del cadavere e le misure fornite dalla sarta della ragazza, consentirono il riconoscimento del corpo decapitato. La vittima si chiamava Antonietta Longo, era nata a Mascaluccia, in provincia di Catania, il 25 luglio 1925. 
La squadra omicidi ricostruì gli ultimi giorni della vita di Antonietta: un paio di mesi prima, dopo aver ritirato tutti i suoi risparmi dal libretto di deposito postale, aveva depositato due valigie contenente indumenti alla stazione Termini, infine aveva chiesto al datore di lavoro un mese di ferie. Il 30 giugno aveva ritirato una lettera alla cassetta fermo posta e l’indomani era sparita. Il mistero era, forse, tutto in quella lettera, il cui contenuto, però, rimase sconosciuto. 
La sera del 1° luglio Antonietta era uscita di casa alle 8,30, in tasca aveva il biglietto per Mascaluccia, ma, anziché raggiungere la stazione, aveva trascorso alcune notti in una pensione. Il 5 luglio, presumibilmente il giorno della morte, imbucò una lettera indirizzata alla sua famiglia in cui annunciava che presto si sarebbe sposata.
L’autore e il movente della morte di Antonietta Longo rimasero avvolti nel mistero e Antonietta passò alla cronaca come la decapitata del lago. 
Il corpo di Antonietta fu sepolto nel cimitero di Mascaluccia, suo paese d’origine.

 

 

Omicidi: caso Sabatini

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Omicidi: caso Sabatini
VITTIMA: Eraldo Sabatini
OMICIDA: Adriana Sabatini
DATA DELL’OMICIDIO: 7 maggio 1955
CORPO DI REATO: rivoltella da tasca a 5 colpi, cal. 7,65, 5 proiettili e bossoli, di cui 3 rinvenuti nel corpo della vittima

Alle ore 8,30 del 7 maggio 1955 il commerciante Eraldo Sabatini fu ucciso nel suo negozio di calzature sulla circonvallazione Casilina, a Roma. Ad ucciderlo, con alcuni colpi di pistola, fu la figlia Adriana Sabatini di 26 anni, commessa in una drogheria, dopo una breve e accesa discussione. Unica testimone la compagna dell’uomo, Agnese D.
Il movente lo svelerà la stessa Adriana, arrestata subito dopo il parricidio: l’odio che provava per il padre che aveva smesso di occuparsi della famiglia per amore dell’altra donna.
La Corte d’Assise di Roma riconobbe Adriana Sabatini colpevole di omicidio volontario aggravato e la condannò a 21 anni di reclusione, pena ridotta a 14 anni per infermità psichica. 
Dichiarata persona socialmente pericolosa, la Corte ne dispose il ricovero in casa di cura e custodia per un periodo di tre anni.

OMICIDI: caso Bellentani

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OMICIDI: caso Bellentani
OMICIDA: Pia Bellentani
VITTIMA: Carlo Sacchi
LUOGO E DATA: Villa D’Este sul lago di Como, 15 settembre 1948
CORPO DI REATO: pistola automatica “Fegyverzyar” mod. 37, cal. 9mm. Browning

La contessa Pia Bellentani, moglie del conte Bellentani, industriale milanese, madre di due bambine, la sera del 15 settembre 1948, durante una serata mondana a Villa D’Este sul lago di Como, uccise l’amante Carlo Sacchi, anch’egli sposato e padre di due bambine col quale da otto anni intratteneva una complicata relazione. Nel corso della serata Sacchi aveva tenuto un comportamento cinico e arrogante nei confronti della donna e non aveva esitato a sbeffeggiarla, incurante delle suppliche della donna ad essere gentile. Logorata dal trattamento riservatole dall’amante, Pia Bellentani prese la pistola lasciata dal marito nel guardaroba, si avvicinò a Sacchi e lo colpì a bruciapelo. Alla contessa Bellentani la Corte riconobbe il vizio di mente comminandole dieci anni di manicomio giudiziario, ridotti poi a sette, trascorsi nel manicomio giudiziario di Aversa, dove fu sottoposta a perizia psichiatrica dal prof. Filippo Saporito. 
Il professore Saporito impiegò ben due anni per stendere la perizia psichiatrica della contessa, l’ultima della sua carriera di illustre luminare della psichiatria (aveva cominciato con il brigante Musolino) e stabilì che la donna era vittima di un male ereditario, che già in tenera età le avevano portato smarrimenti, turbamenti, annebbiamenti mentali. Saporito aveva studiato la vita della contessa in ogni particolare, aveva letto le sue lettere, i suoi quaderni di scuola. L’idea del suicidio l’aveva accompagnata per tutta la vita e lei, forse, uccidendo l’amante aveva ucciso se stessa. 
Al manicomio giudiziario la contessa sfuggiva la compagnia delle altre detenute, aveva contatti solo con il direttore e con la madre superiora. Il suo ingresso in manicomio fu seguito con lo stesso interesse con cui i giornali avevano seguito le fasi del processo. La contessa fu accolta con grandi gentilezze e cortesie. Dopo qualche tempo fu autorizzata a tenere con se il pianoforte a coda che talvolta suonava davanti alle ricoverate.
Quando lasciò il manicomio giudiziario di Aversa, ad attenderla al portone la contessa trovò un gruppo di fotografi pronti a cogliere con i loro obiettivi la donna che aveva pagato la sua dignità con sette anni di manicomio giudiziario. Lei, accompagnata dal suo avvocato, elegante, altera come sempre, si limitò a salutare alzando il braccio, poi salì su una macchina nera di lusso che partì senza esitazioni, diretta in Abruzzo dove l’attendevano la madre e le figlie.

 

 

OMICIDI: caso Graziosi

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OMICIDI: caso Graziosi
OMICIDA: Arnaldo Graziosi 
VITTIMA: Maria Cappa
DATA DELL’OMICIDIO: 21 ottobre 1945
CORPO DI REATO: Pistola automatica Beretta – mod. 1934, cal. 9 mm. corto

Arnaldo Graziosi, 32 anni, musicista, fu condannato per l’omicidio della moglie Maria Cappa, 24 anni. L’omicidio fu commesso in un albergo di Fiuggi il 21 ottobre del 1945. Con la coppia era presente anche la figlia di tre anni che dormiva nel letto dei genitori. 
Graziosi si dichiarò innocente e sostenne che la moglie si era suicidata perché lacerata dai sensi di colpa per aver contratto una malattia venerea durante una relazione prematrimoniale. Accanto al cadavere della donna fu ritrovata una lettera d’addio della vittima con il seguente messaggio: “Troppo a caro prezzo sto pagando l’unica leggerezza della mia vita, per il bene di mia figlia, per quello delle persone che mi sono care, è necessario che io sparisca. Desidero che queste persone non sappiano della mia fine e serbino di me un buon ricordo. Maria”. 
Gli inquirenti non credettero alla versione del suicidio e Graziosi fu rinviato a giudizio per omicidio. Il processo ebbe inizio il 2 giugno 1947 presso la Corte d’Assise di Frosinone. A carico dell’imputato prevalse la tesi che il maestro aveva un valido movente per commettere l’omicidio: la relazione sentimentale con una giovane pianista sua allieva. La perizia calligrafica, inoltre, aveva accertato che il biglietto non era stato scritto dalla vittima.
Graziosi fu condannato a 24 anni, 9 mesi, 20 giorni di reclusione. L’anno dopo la Cassazione confermò la condanna. Graziosi, detenuto nel carcere di Frosinone, evase venti giorni dopo la sentenza della Cassazione, ma fu catturato dopo alcuni giorni sui monti della Ciociaria. 
In carcere si dedicò alla composizione di colonne sonore per documentari.
Nell’agosto del 1959, dopo 14 anni di detenzione, Graziosi ottenne la grazia, chiesta dalla figlia, ormai diciassettenne, al Presidente della Repubblica. Qualche tempo dopo tenne un concerto al teatro Sistina di Roma e nel 1962 sposò una giovane spagnola, nella chiesa romana di San Pietro in Montorio. 
Il 6 marzo 1997, sulle pagine di un quotidiano romano, un trafiletto annunciava che Arnaldo Graziosi si era suicidato lanciandosi dal balcone della sua casa di Grottaferrata.

 

 

OMICIDIO: caso sorelle Cataldi

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OMICIDIO: caso sorelle Cataldi
VITTIMA: Angela Barruca e il figlio Gianni 
OMICIDE: Lidia e Franca Cataldi
DATA DELL’ OMICIDIO: 20 ottobre 1945
CORPO DI REATO: coltello da cucina

Le sorelle Lidia e Franca Castaldi, di 22 e 17 anni, il 20 ottobre 1945 uccisero Angela Barruca e il figlioletto Gianni di 3 anni. Il fatto avvenne a Roma, nell’appartamento della vittima situato a piazza Vittorio 70. 
Sposata al commerciante Pietro Belli e madre di tre bambini, Angela Barruca - concittadina delle sorelle Cataldi, sfollate a Roma da Colleferro a causa dei bombardamenti - più volte aveva prestato denaro alle ragazze in cerca di lavoro. La mattina del 20 ottobre 1945 le sorelle Cataldi si recarono nell’abitazione della vittima per chiedere ancora dei soldi, ma la Barruca si rifiutò. Scoppiò una violenta lite e la donna fu immobilizzata sul divano, mentre il piccolo Gianni fu chiuso nel bagno. Quindi Franca Cataldi iniziò a riempire una valigia con oggetti e biancheria. 
Temendo di essere denunciate e in preda al panico, le sorelle colpirono ripetutamente la donna con un coltello da cucina, quindi si accanirono con la stessa arma sul bambino. Prima di lasciare l’appartamento, le omicide si impossessarono di una pelliccia di volpe della vittima. 
Le sorelle scapparono precipitosamente dall’appartamento e abbandonarono il coltello su un muretto di piazza Vittorio. 
Grazie al portiere dello stabile, cui non era sfuggita la fuga delle due ragazze, le sorelle furono catturate e processate per il duplice omicidio.