OMICIDI: caso TITTONE

15 RONCOLA TITTONE

OMICIDI: caso TITTONE
VITTIME: nonni dell’omicida
OMICIDA: P. Tittone
DATA DELL’ OMICIDIO: 19 aprile 1947
CORPI DI REATO: roncola

Il diciottenne P.Tittone uccise i propri nonni, per motivi di interesse, colpendoli a morte con una roncola. Il duplice omicidio si verificò a Sassoferrato il 19 aprile 1947.
Roncola usata per tentato uxoricidio, ad opera di un individuo riconosciuto infermo di mente.
Provenienza: Tribunale di Frosinone, 11.04.1980

 

OMICIDI: caso Vizzardelli

14 reperti vizzardelli

OMICIDI: caso Vizzardelli
VITTIME: don Belardinelli, don Andrea Bruno, Livio Delfini, 
Bruno Veneziani, Giuseppe Bernardini
OMICIDA: William Vizzardelli
DATA DEGLI OMICIDI: dal 4 marzo al 29 dicembre 1938
CORPI DI REATO: due scuri, due pistole 

William Vizzardelli, figlio del direttore dell’Ufficio del Registro di Sarzana, aveva 14 anni quando commise il primo omicidio. Il 4 gennaio 1937 uccise a colpi di scure don Belardinelli, direttore del collegio Casa delle Missioni, dove il ragazzo frequentava la scuola di avviamento. Movente del delitto la vendetta per aver ricevuto uno schiaffo dal religioso. La seconda vittima fu il portinaio del collegio, don Andrea Bruno, testimone involontario, e per questo massacrato a colpi di scure. La terza e quarta vittima furono il barbiere Livio Delfini e l’autista Bruno Veneziani, i cui corpi furono rinvenuti in campagna la mattina del 20 agosto 1938. I due erano stati uccisi con due pistole diverse: una calibro 9 e una calibro 7,65. Il movente: Delfini, conoscendo il segreto di Vizzardelli, lo ricattava. Veneziani era lì per caso, come autista di Delfini.
La quinta vittima di Vizzardelli fu il guardiano dell’Ufficio del Registro, Giuseppe Bernardini. Il manico della scure era imbrattato da una sostanza zuccherina. Dalla cassaforte dell’ufficio, aperta senza segni di effrazioni, mancava la somma di 12.949 lire e 35 centesimi. 
Gli inquirenti convocarono il direttore dell’Ufficio del Registro, dottor Guido Vizzardelli, padre di William, che la sera prima aveva denunciato ai carabinieri la scomparsa del figlio sedicenne, poi ritirata dopo che il ragazzo aveva fatto rientro a casa in tarda notte. Ai carabinieri spiegò che il figlio era appassionato di chimica e spesso passava il tempo a distillare alcolici Gli inquirenti si insospettirono e iniziarono a indagare su William che tempo prima aveva mostrato ai compagni una scure del tipo di quella lasciata sul posto dell’ultimo delitto, arma utilizzata anche per gli omicidi del collegio. Prova schiacciante furono le chiavi insanguinate della cassaforte sottratte al padre trovate nelle sue tasche. Sottoposto a stringente interrogatorio, il giovane confessò, con impressionante freddezza, tutti i suoi delitti. Il furto dalla cassaforte sarebbe dovuto servire per espatriare in America, il guardiano era stato ucciso perché lo aveva sorpreso durante il furto. A quel punto William aveva colpito l’uomo con la scure, sul cui manico erano rimaste le tracce dello zucchero con cui distillava l’alcol nel buio della cantina.
Il processo si aprì a Genova il 19 settembre 1940. Giudicato colpevole dei cinque delitti e capace di intendere e di volere, a salvarlo dalla pena di morte fu la sua giovane età. Il 23 settembre successivo fu condannato all’ergastolo, condanna confermata in appello con sentenza del gennaio 1941. 
Rimase in carcere fino al 29 luglio 1968, quando ottenne la grazia dal presidente Saragat. La sera dell’11 agosto 1973, al compimento dei 51 anni, si lasciò morire dissanguato per dei tagli procuratisi al braccio e alla gola.

 

 

OMICIDI: caso Cianciulli

12a reperti cinciulli 2

OMICIDI: caso Cianciulli
OMICIDA: Leonarda Cianciulli
VITTIME: Faustina Setti, Francesca Soavi, Virginia Cacioppo
LUOGO E DATA: Correggio (RE), 1939 - 1940
CORPI DI REATO: coltelli, ascia, treppiede

Una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore, ecco alcuni tra gli ingredienti che emersero nel corso dell’indagine che portò a scoprire i crimini di Leonarda Cianciulli.
Nata a Montella di Avellino nel 1893, da Emilia Di Nolfi e da Mariano Cianciulli, commerciante salernitano, la stessa Leonarda così descriverà la propria infanzia nel memoriale prodotto negli anni della detenzione: “Ero una bambina debole e malaticcia, soffrivo di epilessia, ma i miei mi trattavano come un peso, non avevano per me nessuna delle attenzioni che portavano agli altri figli. La mamma mi odiava, perché non aveva desiderato la mia nascita. Ero una bambina infelice e desideravo morire. Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire, e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla”. Inizia così la storia infelice di Leonarda Cianciulli che, divenuta adolescente, nonostante l’aspetto tarchiato e il viso mascolino, scoprì gli uomini, traendo, come lei stessa dirà, consolazione alla vita grigia e triste. Con uno di questi, Raffaele Pansardi, impiegato dell’ufficio del registro, si sposerà poco prima della prima guerra mondiale, andando a vivere a Lariano, nell’Alta Irpinia. Nel 1930 il terremoto del Vulture distrusse la loro casa e gli sposi si trasferirono a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, trovando alloggio in un vecchio stabile in Via Cavour 11/A. tempo dopo le condizioni economiche della famiglia si risollevarono, grazie ai soldi del risarcimento statale concessi a seguito del terremoto e per gli introiti derivanti dal commercio di abiti usati messo su da Leonarda. Un alone di tragicità, però, attraversava la vita dei due e Leonarda non aveva dimenticato che da piccola una zingara le aveva predetto un amaro destino: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi”. Più tardi, interrogando un’altra zingara, questa, leggendole la mano, le disse: “Vedo nella tua mano destra il carcere, nella sinistra il manicomio”. Se i due episodi ricordati erano frutto della fantasia della Cianciulli o corrispondessero al vero non si sa, ma la profezia della prima zingara si avverò presto. Leonarda ebbe diciassette gravidanze, tre parti prematuri e dieci figli morirono in tenera età. I quattro figli sopravvissuti erano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo: lei, figlia rifiutata al punto di tentare il suicidio per sfuggire alla mancanza di amore materno, avrebbe ucciso per impedire che chiunque potesse strappare gli unici beni della sua vita. Il ricordo della maledizione accompagnava la donna ogni giorno della sua vita. 
Nel 1939 Giuseppe, il figlio maggiore e prediletto, studiava lettere all’università di Milano e lavorava come istitutore al Collegio Nazionale di Correggio, il secondo e il terzo, Bernardo e Biagio, frequentavano il ginnasio a Correggio, l’ultima, Norma, frequentava l’asilo delle suore. La guerra era vicina e l’angoscia di Leonarda aumentava ogni giorno al pensiero che Giuseppe le fosse portato via dal conflitto. Così ricorda quei momenti: “Non posso sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sogno le piccole bare bianche di quegli altri, inghiottiti una dopo l’altra dalla terra nera”. Ma Leonarda sa come fare per allontanare la cattiva sorte, “per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlavano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli”. Inizia così a proporsi come maga, legge gli oroscopi, consulta le carte non solo alle amiche che a lei si rivolgevano per conoscere il proprio destino, interroga il destino anche per lei e per salvare i suoi figli. Alla notizia che Giuseppe sarebbe dovuto partire per il militare Leonarda decise drasticamente cosa fare: sacrifici umani in cambio della vita del figlio. 
La Cianciulli frequentava tre amiche, tre donne sole, non giovani, una di loro settantenne, che avrebbero volentieri cambiato vita per sfuggire alla noia e alla solitudine di Correggio. Tutte e tre chiesero aiuto a Leonarda, la quale decise che era giunto il momento di agire.
La prima a cadere nella rete della donna fu Faustina Setti, la più anziana, che chiese a Leonarda di interrogare le carte per sapere se, nonostante l’età, avrebbe potuto ancora sperare di trovare un marito. Leonarda la convinse che le carte promettevano bene, poi un giorno le diede finalmente la notizia che Faustina Setti attendeva: un vecchio amico della Cianciulli, naturalmente inesistente, che viveva a Pola ed era pure benestante, avrebbe accettato di prendere in moglie la Setti. Leonarda convinse la donna a non parlare con nessuno della novità, per non suscitare invidie, quindi le consigliò di vendere tutto ciò che possedeva. La mattina della partenza per Pola, Faustina si recò a salutare l’amica, si era tinta i capelli per sembrare più giovane e Leonarda ne ricorda l’aspetto patetico: “Voleva sembrare una bambina”. La fa accomodare per un caffè, mentre un pentolone pieno d’acqua bolle sul fuoco. Poi la convinse a scrivere alcune lettera e cartoline che avrebbe spedito appena giunta a Pola, in cui annunciava a parenti e amici che tutto andava per il meglio. Faustina, quasi analfabeta, scrisse sotto dettatura della Cianciulli, ringraziandola perché da sola non ne sarebbe capace, convinta che appena giunta a Pola avrebbe imbucato le missive. Ma a Pola Faustina Setti non giungerà mai, perché cade sotto i colpi di scure di Leonarda Cianciulli che le spacca la testa con una scure, trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino, poi “gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io. ” Qualche giorno dopo, Leonarda mandò Giuseppe a Pola per svolgere una commissione e gli disse di imbucare le lettere di Faustina che sarebbero quindi arrivate ai destinatari con il timbro di Pola. Nei giorni successivi la Cianciulli vendette gli indumenti e i soldi che la Setti aveva portato con sé la mattina in cui era stata uccisa.
La seconda vittima si chiamava Francesca Soavi. Anche lei sognava di andar via da Correggio, non sperava nel matrimonio e si sarebbe accontentata di un impiego in un’altra città. Leonarda le promise un lavoro nel collegio femminile di Piacenza. Francesca accettò con gratitudine e la mattina del 5 settembre 1940 si recò a salutare l’amica prima di partire. Leonarda convinse la donna, non senza fatica, a scrivere due cartoline, dicendole che le avrebbe dovute spedire da Correggio per annunciare ai conoscenti la partenza evitando di far conoscere ai ficcanaso la sua destinazione. Il copione si ripeteva. Posata la penna, la Cianciulli si avventò sulla donna e ripeté il “sacrificio”. Da questa morte, però, ricavò solo temila lire che Francesca aveva con sé. Per ricavare maggiori guadagni nei giorni successivi, disse che aveva ricevuto dalla Soavi l’incarico di vendere i beni e i mobili della donna partita per lavoro. Giuseppe, su incarico della madre, si recò a Piacenza dove spedì le cartoline della Soavi. 
La terza e ultima vittima era un’ex cantante lirica, cinquantatreenne, patetica nei suoi ormai consunti abiti scollati e appariscente, costretta a vivere in miseria. Si chiamava Virginia Cacioppo e trascorreva le giornate a raccontare del suo brillante passato di artista, che non si era mai rassegnata di aver lasciato irrimediabilmente alle spalle. Facendo leva proprio sul punto debole della Cacioppo, Leonarda le propose un impiego a Firenze, come segretaria di un misterioso impresario che avrebbe potuto introdurla nell’ambiente teatrale, pregandola, come al solito, di non farne parola con nessuno, perché questo misterioso personaggio era un suo ex amante e se si fosse saputo in giro che ancora lo frequentava, sarebbe stata disprezzata dalla sua famiglia. Virginia, naturalmente, entusiasta della proposta, mantenne il segreto e il 30 settembre 1940 si recò a far visita a Leonarda che così descrisse l’eèisodio: “Finì nel pentolone, come le altre due (…); la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce”.
Fu proprio la cognata dell’ultima vittima a insospettirsi per la sparizione improvvisa della donna, che aveva visto entrare in casa della Cianciulli prima di sparire per sempre, la stessa donna che aveva messo in vendita tutti i vestiti della Cacioppo. Decise così di confidare i suoi sospetti al questore di Reggio Emilia il quale seguì le tracce di un buono del Tesoro della Cacioppo, presentato al Banco di San Prospero dal parroco di san Giorgio, a Correggio. Convocato dal questore, il parroco disse di avere ricevuto il buono da Abelardo Spinarelli, amico della Cianciulli. Lo stesso Spinarelli dichiarò di averlo ricevuto dalla Cianciulli a saldo di un credito che vantava. Le tracce, quindi, conducevano direttamente alla Cianciulli, la quale, chiamata a rispondere su questo episodio, confessò senza resistenze i tre omicidi. Gli inquirenti, però, nutrivano dubbi sul fatto che una donna di un metro e cinquanta, grossa, anziana, fosse riuscita da sola uccidere e sezionare tre cadaveri ed erano alla ricerca di un complice che potesse averla aiutata. Scartata l’ipotesi della complicità di Spinarelli, rimaneva il sospettato numero uno: il figlio Giuseppe, che, al processo, celebrato nel 1946, aveva ammesso di aver spedito le lettere delle defunte, senza però conoscere i retroscena. Fu allora che la Cianciulli difese con tutte le sue forze il figlio e arrivò a proporre una dimostrazione in diretta delle sue capacità di saponificatrice. 
La Corte stabilì che Leonarda Cianciulli era l’unica responsabile di quei turpi omicidi e la condannò a trent’anni di carcere e a tre anni di manicomio giudiziario. In Carcere Leonarda Cianciulli occupava il tempo a scrivere, lavorava all’uncinetto e cucinava biscotti, come ricordò una suora che l’aveva conosciuta: “Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi che nessuna detenuta però, si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica”. In carcere riceveva le visite dei figli e in occasione di visite di funzionari del ministero pretendeva di essere lei a fare il discorso di benvenuto. Le ultime foto la ritraggono con il camice grigio e il colletto bianco, un paio di occhialini che le ingentilivano il volto e la facevano somigliare a una vecchia maestra. 
Morì nel manicomio giudiziario per donne di Pozzuoli, il 15 ottobre 1970, stroncata da apoplessia celebrale e fu sepolta nella fossa comune del cimitero della cittadina napoletana.

 

 

OMICIDI: caso Trigona-Paternò

13 reperti trigona

OMICIDI: caso Trigona-Paternò
OMICIDI PASSIONALI - CASO TRIGONA – PATERNO’
VITTIMA: Giulia Trigona, contessa di Sant’Elia
OMICIDA: Vincenzò Paternò
DATA: 2 marzo 1912
CORPI DI REATO: pugnale da caccia, ciocca di capelli e forcine della vittima, straccio insanguinato, scatola di fiammiferi.

Nella tarda mattinata del 2 marzo 1911, la contessa Giulia Trigona di Sant’Elia, 29 anni, moglie infelice del conte Romualdo Trigona di Sant’Elia, madre di due bambine, dama di corte della regina Elena, morì per mano del suo amante, il tenente di cavalleria barone Vincenzo Paternò, in una stanza del modesto hotel Rebecchino di Roma. La relazione tra i due era iniziata l’11 agosto 1909 ma, dopo circa due anni di passione, appuntamenti furtivi e pettegolezzi, lo scandalo stava ormai per travolgere le famiglie. Fu così che Giulia Trigona decise di troncare la relazione, contro il volere di Vincenzo Paternò. 
La mattina del 2 marzo, Paternò, in procinto di partire per Napoli a seguito del suo reggimento, chiese a Giulia un ultimo appuntamento. La donna, seppure a malincuore, acconsentì. L’incontro fu fissato alle ore 12 all’hotel Rebecchino, luogo consueto per i loro appuntamenti segreti. Nella mente di Paternò, però, era già progettato il tragico epilogo che si sarebbe compiuto di lì a poco. Lungo la strada che lo conduceva all’appuntamento, Paternò fece una breve sosta in un negozio di armi sito in via dei Crociferi, dove acquistò un coltello da caccia grossa. Alle 12 in punto giunse al Rebecchino e chiese una camera matrimoniale, la stanza numero otto. Poco dopo arrivò Giulia che lo raggiunse in camera. Dopo circa un quarto d’ora una cameriera che passava nel corridoio, attratta dalle grida soffocate che giungevano dalla camera numero otto, spiò dal buco della serratura e vide la seguente scena: l’uomo brandiva un coltello e ripetutamente colpiva la donna, poi afferrò una pistola e, avvicinatasela al viso, fece partire un colpo. All’arrivo della polizia ecco come si presentava la scena del delitto: sul letto imbrattato di sangue giaceva il corpo senza vita della donna con indosso solo un gonnellino corto nero e un busto bianco, poco più in là c’èra l’uomo col viso sfigurato dal colpo di rivoltella che si era fatto esplodere nella regione dell’orecchio destro. La rivoltella era sul pavimento. Vincenzo Paternò, soccorso immediatamente, si salvò, e fu accusato di omicidio premeditato. Nel corso dell’istruttoria il difensore di Paternò invocò la semi-infermità di mente per il suo assistito e chiese di sottoporlo a perizia mentale, elencando le malattie sofferte dall’imputato, che gli avevano fiaccato la mente e il corpo. Il 24 ottobre 1911 Vincenzo Paternò fu inviato in osservazione presso il manicomio giudiziario di Aversa, affidato al Prof. Filippo Saporito, l’illustre alienista direttore dell’istituto. Il risultato della perizia, però, smentì la tesi della difesa e Paternò fu ritratto da Saporito come un volgare simulatore. Riconosciuto sano di mente, l’imputato fu trasferito nel carcere di Roma “Regina Coeli”.
Il processo si aprì il 17 maggio 1912 presso Corte d’Assise di Roma. Le figlie della vittima si costituirono parte civile. La Corte, non credendo alla volontà suicida dell’imputato, condannò Vincenzo Paternò alla pena dell’ergastolo. Il verdetto fu pronunciato la sera del 28 giugno 1912. 
Nel 1942, a 62 anni Paternò ricevette la grazia. Riacquistata la libertà si sposò ed ebbe un figlio. Morì nel 1949.

 

 

OMICIDI: caso Cianciulli

12 reperti cianciulli

OMICIDI: caso Cianciulli
OMICIDA: Leonarda Cianciulli
VITTIME: Faustina Setti, Francesca Soavi, Virginia Cacioppo
LUOGO E DATA: Correggio (RE), 1939 - 1940
CORPI DI REATO: coltelli, ascia, treppiede

Una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore, ecco alcuni tra gli ingredienti che emersero nel corso dell’indagine che portò a scoprire i crimini di Leonarda Cianciulli.
Nata a Montella di Avellino nel 1893, da Emilia Di Nolfi e da Mariano Cianciulli, commerciante salernitano, la stessa Leonarda così descriverà la propria infanzia nel memoriale prodotto negli anni della detenzione: “Ero una bambina debole e malaticcia, soffrivo di epilessia, ma i miei mi trattavano come un peso, non avevano per me nessuna delle attenzioni che portavano agli altri figli. La mamma mi odiava, perché non aveva desiderato la mia nascita. Ero una bambina infelice e desideravo morire. Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire, e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla”. Inizia così la storia infelice di Leonarda Cianciulli che, divenuta adolescente, nonostante l’aspetto tarchiato e il viso mascolino, scoprì gli uomini, traendo, come lei stessa dirà, consolazione alla vita grigia e triste. Con uno di questi, Raffaele Pansardi, impiegato dell’ufficio del registro, si sposerà poco prima della prima guerra mondiale, andando a vivere a Lariano, nell’Alta Irpinia. Nel 1930 il terremoto del Vulture distrusse la loro casa e gli sposi si trasferirono a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, trovando alloggio in un vecchio stabile in Via Cavour 11/A. tempo dopo le condizioni economiche della famiglia si risollevarono, grazie ai soldi del risarcimento statale concessi a seguito del terremoto e per gli introiti derivanti dal commercio di abiti usati messo su da Leonarda. Un alone di tragicità, però, attraversava la vita dei due e Leonarda non aveva dimenticato che da piccola una zingara le aveva predetto un amaro destino: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi”. Più tardi, interrogando un’altra zingara, questa, leggendole la mano, le disse: “Vedo nella tua mano destra il carcere, nella sinistra il manicomio”. Se i due episodi ricordati erano frutto della fantasia della Cianciulli o corrispondessero al vero non si sa, ma la profezia della prima zingara si avverò presto. Leonarda ebbe diciassette gravidanze, tre parti prematuri e dieci figli morirono in tenera età. I quattro figli sopravvissuti erano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo: lei, figlia rifiutata al punto di tentare il suicidio per sfuggire alla mancanza di amore materno, avrebbe ucciso per impedire che chiunque potesse strappare gli unici beni della sua vita. Il ricordo della maledizione accompagnava la donna ogni giorno della sua vita. 
Nel 1939 Giuseppe, il figlio maggiore e prediletto, studiava lettere all’università di Milano e lavorava come istitutore al Collegio Nazionale di Correggio, il secondo e il terzo, Bernardo e Biagio, frequentavano il ginnasio a Correggio, l’ultima, Norma, frequentava l’asilo delle suore. La guerra era vicina e l’angoscia di Leonarda aumentava ogni giorno al pensiero che Giuseppe le fosse portato via dal conflitto. Così ricorda quei momenti: “Non posso sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sogno le piccole bare bianche di quegli altri, inghiottiti una dopo l’altra dalla terra nera”. Ma Leonarda sa come fare per allontanare la cattiva sorte, “per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlavano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli”. Inizia così a proporsi come maga, legge gli oroscopi, consulta le carte non solo alle amiche che a lei si rivolgevano per conoscere il proprio destino, interroga il destino anche per lei e per salvare i suoi figli. Alla notizia che Giuseppe sarebbe dovuto partire per il militare Leonarda decise drasticamente cosa fare: sacrifici umani in cambio della vita del figlio. 
La Cianciulli frequentava tre amiche, tre donne sole, non giovani, una di loro settantenne, che avrebbero volentieri cambiato vita per sfuggire alla noia e alla solitudine di Correggio. Tutte e tre chiesero aiuto a Leonarda, la quale decise che era giunto il momento di agire.
La prima a cadere nella rete della donna fu Faustina Setti, la più anziana, che chiese a Leonarda di interrogare le carte per sapere se, nonostante l’età, avrebbe potuto ancora sperare di trovare un marito. Leonarda la convinse che le carte promettevano bene, poi un giorno le diede finalmente la notizia che Faustina Setti attendeva: un vecchio amico della Cianciulli, naturalmente inesistente, che viveva a Pola ed era pure benestante, avrebbe accettato di prendere in moglie la Setti. Leonarda convinse la donna a non parlare con nessuno della novità, per non suscitare invidie, quindi le consigliò di vendere tutto ciò che possedeva. La mattina della partenza per Pola, Faustina si recò a salutare l’amica, si era tinta i capelli per sembrare più giovane e Leonarda ne ricorda l’aspetto patetico: “Voleva sembrare una bambina”. La fa accomodare per un caffè, mentre un pentolone pieno d’acqua bolle sul fuoco. Poi la convinse a scrivere alcune lettera e cartoline che avrebbe spedito appena giunta a Pola, in cui annunciava a parenti e amici che tutto andava per il meglio. Faustina, quasi analfabeta, scrisse sotto dettatura della Cianciulli, ringraziandola perché da sola non ne sarebbe capace, convinta che appena giunta a Pola avrebbe imbucato le missive. Ma a Pola Faustina Setti non giungerà mai, perché cade sotto i colpi di scure di Leonarda Cianciulli che le spacca la testa con una scure, trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino, poi “gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io. ” Qualche giorno dopo, Leonarda mandò Giuseppe a Pola per svolgere una commissione e gli disse di imbucare le lettere di Faustina che sarebbero quindi arrivate ai destinatari con il timbro di Pola. Nei giorni successivi la Cianciulli vendette gli indumenti e i soldi che la Setti aveva portato con sé la mattina in cui era stata uccisa.
La seconda vittima si chiamava Francesca Soavi. Anche lei sognava di andar via da Correggio, non sperava nel matrimonio e si sarebbe accontentata di un impiego in un’altra città. Leonarda le promise un lavoro nel collegio femminile di Piacenza. Francesca accettò con gratitudine e la mattina del 5 settembre 1940 si recò a salutare l’amica prima di partire. Leonarda convinse la donna, non senza fatica, a scrivere due cartoline, dicendole che le avrebbe dovute spedire da Correggio per annunciare ai conoscenti la partenza evitando di far conoscere ai ficcanaso la sua destinazione. Il copione si ripeteva. Posata la penna, la Cianciulli si avventò sulla donna e ripeté il “sacrificio”. Da questa morte, però, ricavò solo temila lire che Francesca aveva con sé. Per ricavare maggiori guadagni nei giorni successivi, disse che aveva ricevuto dalla Soavi l’incarico di vendere i beni e i mobili della donna partita per lavoro. Giuseppe, su incarico della madre, si recò a Piacenza dove spedì le cartoline della Soavi. 
La terza e ultima vittima era un’ex cantante lirica, cinquantatreenne, patetica nei suoi ormai consunti abiti scollati e appariscente, costretta a vivere in miseria. Si chiamava Virginia Cacioppo e trascorreva le giornate a raccontare del suo brillante passato di artista, che non si era mai rassegnata di aver lasciato irrimediabilmente alle spalle. Facendo leva proprio sul punto debole della Cacioppo, Leonarda le propose un impiego a Firenze, come segretaria di un misterioso impresario che avrebbe potuto introdurla nell’ambiente teatrale, pregandola, come al solito, di non farne parola con nessuno, perché questo misterioso personaggio era un suo ex amante e se si fosse saputo in giro che ancora lo frequentava, sarebbe stata disprezzata dalla sua famiglia. Virginia, naturalmente, entusiasta della proposta, mantenne il segreto e il 30 settembre 1940 si recò a far visita a Leonarda che così descrisse l’eèisodio: “Finì nel pentolone, come le altre due (…); la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce”.
Fu proprio la cognata dell’ultima vittima a insospettirsi per la sparizione improvvisa della donna, che aveva visto entrare in casa della Cianciulli prima di sparire per sempre, la stessa donna che aveva messo in vendita tutti i vestiti della Cacioppo. Decise così di confidare i suoi sospetti al questore di Reggio Emilia il quale seguì le tracce di un buono del Tesoro della Cacioppo, presentato al Banco di San Prospero dal parroco di san Giorgio, a Correggio. Convocato dal questore, il parroco disse di avere ricevuto il buono da Abelardo Spinarelli, amico della Cianciulli. Lo stesso Spinarelli dichiarò di averlo ricevuto dalla Cianciulli a saldo di un credito che vantava. Le tracce, quindi, conducevano direttamente alla Cianciulli, la quale, chiamata a rispondere su questo episodio, confessò senza resistenze i tre omicidi. Gli inquirenti, però, nutrivano dubbi sul fatto che una donna di un metro e cinquanta, grossa, anziana, fosse riuscita da sola uccidere e sezionare tre cadaveri ed erano alla ricerca di un complice che potesse averla aiutata. Scartata l’ipotesi della complicità di Spinarelli, rimaneva il sospettato numero uno: il figlio Giuseppe, che, al processo, celebrato nel 1946, aveva ammesso di aver spedito le lettere delle defunte, senza però conoscere i retroscena. Fu allora che la Cianciulli difese con tutte le sue forze il figlio e arrivò a proporre una dimostrazione in diretta delle sue capacità di saponificatrice. 
La Corte stabilì che Leonarda Cianciulli era l’unica responsabile di quei turpi omicidi e la condannò a trent’anni di carcere e a tre anni di manicomio giudiziario. In Carcere Leonarda Cianciulli occupava il tempo a scrivere, lavorava all’uncinetto e cucinava biscotti, come ricordò una suora che l’aveva conosciuta: “Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi che nessuna detenuta però, si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica”. In carcere riceveva le visite dei figli e in occasione di visite di funzionari del ministero pretendeva di essere lei a fare il discorso di benvenuto. Le ultime foto la ritraggono con il camice grigio e il colletto bianco, un paio di occhialini che le ingentilivano il volto e la facevano somigliare a una vecchia maestra. 
Morì nel manicomio giudiziario per donne di Pozzuoli, il 15 ottobre 1970, stroncata da apoplessia celebrale e fu sepolta nella fossa comune del cimitero della cittadina napoletana.